DOMANDE FREQUENTI IN AMBITO DI PREVENZIONE E PROTEZIONE SUL LAVORO

 

Che cos'è un Sistema di Gestione della Sicurezza sul Lavoro?

Un Sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro (SGSL) è un sistema organizzativo  finalizzato al raggiungimento degli obiettivi di salute e sicurezza che l’azienda si prefigge di raggiungere, progettato con il più idoneo rapporto tra costi e benefici.
Adottare un SGSL non  è un obbligo di legge ma la scelta volontaria di chi sente la responsabilità della sicurezza propria e degli altri.

I vantaggi dell’adozione di un SGSL sono di due tipi:

  • Ridurre la possibilità di accadimento di infortuni e malattie professionali;
  • Ridurre i costi dovuti a disorganizzazione e inefficienze di processo

Inoltre, attuare correttamente un SGSL conforme all'art. 30 del D.Lgs. 81/2008 ha efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni (D.Lgs. 231/2001).

Le parti principali di un Sistema di Gestione della Sicurezza sul lavoro sono ispirate alla logica del PDCA (Plan Do Check Act), e prevedono la formalizzazione degli impegni che l’azienda vuole perseguire (Politica della Sicurezza); la pianificazione con cui si concretizza la politica della sicurezza definita dal vertice aziendale; il monitoraggio finalizzato alla verifica del raggiungimento degli obiettivi e all’efficienza del sistema stesso; il riesame delsistema che consente di valutare azioni preventive e correttive finalizzate al miglioramento continuo.

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Chi è, e quali sono i compiti dell’RSPP?
Citerò la definizione all’art. 2 del D.Lgs 81/2008 per cercare di essere il più chiaro possibile:

art. 2 lettera f)
<< Responsabile del servizio di prevenzione e protezione»: persona in possesso delle capacità e dei requisiti professionali di cui all’articolo 32 designata dal datore di lavoro, a cui risponde, per coordinare il servizio di prevenzione e protezione dai rischi >>

La persona che svolge l’incarico del RSPP deve essere designata dal datore di lavoro ex art. 17 D.Lgs 81/2008 ed essere in possesso dei requisiti di cui all’art. 32 in materia di formazione, competenza e percorso di studi minimi effettuati.
Si occupa di gestire il Servizio di Prevenzione e Protezione e ha il compito di individuare i rischi e analizzare i pericoli, redigendo in collaborazione al datore di lavoro, a cui risponde, e al Medico Competente (ove previsto), il Documento di Valutazione dei Rischi.

L’incarico può essere svolto dal datore di lavoro nei casi previsti dall’art. 34 del D.Lgs 81/2008

Il Servizio di Prevenzione e Protezione deve essere organizzato all’interno dell’azienda, ovvero dell’unità produttiva nei casi di cui all’art. 31 c.6 del D.Lgs 81/2008, ovvero:

a) nelle aziende industriali di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni,, soggette all’obbligo di notifica o rapporto, ai sensi degli articoli 6 e 8 del medesimo decreto;
b) nelle centrali termoelettriche;
c) negli impianti ed installazioni di cui agli articoli 7, 28 e 33 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, e successive modificazioni;
d) nelle aziende per la fabbricazione ed il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni;
e) nelle aziende industriali con oltre 200 lavoratori;
f) nelle industrie estrattive con oltre 50 lavoratori;
g) nelle strutture di ricovero e cura pubbliche e private con oltre 50 lavoratori.

Al comma 7 del su citato articolo viene inoltre specificato che, nelle ipotesi di cui sopra (c.6), il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione deve essere interno.

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Sono un datore di lavoro di una azienda commerciale con 12 dipendenti. Posso fare l’RSPP?
Se si, posso anche ricoprire l’incarico di addetto alle Emergenze e al Primo Soccorso?
Si, in base a quanto prescritto dall’art. 34, che richiama l’Allegato II del D.Lgs 81/2008, le aziende che non siano comprese tra: artigiani e industriali – agricole e zootecniche – aziende della pesca, fino a 200 lavoratori, possono avere il Datore di Lavoro che svolge incarichi da RSPP secondo il seguente schema:

CASI IN CUI E’ CONSENTITO LO SVOLGIMENTO DIRETTO DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO
DEI COMPITI DI PREVENZIONE E PROTEZIONE DEI RISCHI (art. 34 D.lgs 81/2008)

1. Aziende artigiane e industriali* fino a 30 lavoratori;
2. Aziende agricole e zootecniche fino a 30 lavoratori;
3. Aziende della pesca fino a 20 lavoratori;
4. Altre aziende fino a 200 lavoratori.

*Escluse le aziende industriali di cui all'art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica. n. 17 maggio1988, n. 175, e successive modifiche, soggette all'obbligo di dichiarazione o notifica ai sensi degli articoli 4 e 6 del decreto stesso, le centrali termoelettriche, gli impianti ed i laboratori nucleari, le aziende estrattive e altre attività minerarie, le aziende per la fabbricazione ed il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni, le strutture di ricovero e cura sia pubbliche sia private.

N.B.: per il computo dei lavoratori si rimanda all’art. 4 del D.Lgs 81/2008

Per quanto riguarda la seconda domanda che chiede la possibilità di ricoprire l’incarico di Addetto al Primo Soccorso e Addetto Antincendio per un Datore di Lavoro di azienda con 12 lavoratori, la risposta è no in base a quanto viene disposto dall’art. 34 c.1bis del D.Lgs 81/2008:

Art. 34
c.1bis - (…) nelle imprese o unità produttive fino a cinque lavoratori il datore di lavoro può svolgere direttamente i compiti di primo soccorso, nonché di prevenzione degli incendi e di evacuazione (…) dandone preventiva informazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ed alle condizioni di cui al comma 2-bis (corsi di formazione specifici)

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Chi è e cosa fa l’RLS?
Citerò la definizione all’art. 2 del D.Lgs 81/2008 per cercare di essere il più chiaro possibile:

art. 2 lettera i)
<< rappresentante dei lavoratori per la sicurezza»: persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro >>

La persona che svolge l’incarico del RLS deve essere eletta dai lavoratori secondo quanto previsto dall’Art. 47 c.6. Nelle aziende o unità produttive che occupano fino a 15 lavoratori il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è di norma eletto direttamente dai lavoratori al loro interno oppure è individuato per più aziende nell’ambito territoriale (RLST) o del comparto produttivo secondo quanto previsto dall’articolo 48 D.Lgs 81/2008. Nelle aziende o unità produttive con più di 15 lavoratori il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è eletto o designato dai lavoratori nell’ambito delle rappresentanze sindacali in azienda. In assenza di tali rappresentanze, il rappresentante è eletto dai lavoratori della azienda al loro interno.

La persona che ricopre tale incarico dovrà essere adeguatamente formata con un corso di formazione apposito tenuto da enti identificati e autorizzati. Il corso avrà una durata di 32 ore più successivi aggiornamenti annuali della durata variabile a seconda il numero di lavoratori impiegati in azienda.

L’RLS collabora attivamente con il Servizio di Prevenzione e Protezione, viene consultato preventivamente su tutto ciò che concerne gli aspetti della salute e della sicurezza sul lavoro, partecipa alla riunione periodica ex art. 35 D.lgs 81/2008 e si rende disponibile per svolgere il proprio incarico con serietà e competenza. Anello di congiunzione tra i lavoratori e il Servizio di Prevenzione e Protezione è una delle figure chiave del Sistema di Gestione della Sicurezza.

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Che cos’è la Politica della Sicurezza nell’ambito di un Sistema di Gestione della Sicurezza?
La politica per la salute e la sicurezza sul lavoro deve essere definita e documentata dal vertice aziendale nell’ambito della politica generale dell’azienda. Indica la visione, i valori e le convinzioni dell’azienda sul tema della sicurezza e serve a definire la direzione, i principi d’azione, le misure e i risultati a cui tendere ed esprime l’impegno del vertice aziendale nel promuovere nel personale la conoscenza degli obiettivi, la consapevolezza dei risultati a cui tendere, l’accettazione delle responsabilità e le motivazioni.

La politica aiuta a dimostrare l’impegno dell’azienda alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori ed evidenzia che esiste un impegno concreto dell’azienda in tema di salute e sicurezza sul lavoro, che si privilegiano le azioni preventive e che l’organizzazione aziendale tende all’obiettivo del miglioramento continuo.

La politica per la sicurezza deve includere tra l’altro l’impegno al rispetto della legislazione e degli accordi applicabili alla sicurezza, l’affermazione che la responsabilità nella gestione della sicurezza sui luoghi di lavoro riguarda l’intera organizzazione aziendale, dal Datore di Lavoro sino ad ogni lavoratore, ciascuno secondo le proprie attribuzioni e competenze, l’impegno a considerare la sicurezza sui luoghi di lavoro ed i relativi risultati come parte integrante della gestione aziendale, l’impegno a fornire le risorse umane e strumentali necessarie, l’impegno a far sì che i lavoratori siano sensibilizzati e formati per svolgere i loro compiti in sicurezza e per assumere le loro responsabilità in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, l’impegno al coinvolgimento ed alla consultazione dei lavoratori, anche attraverso i loro rappresentanti per la sicurezza, l’impegno a riesaminare periodicamente la politica stessa ed il sistema di gestione attuato, l’impegno a definire e diffondere all’interno dell’azienda gli obiettivi di sicurezza sui luoghi di lavoro e i relativi programmi di attuazione.

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Chi deve partecipare alla riunione periodica ex Art. 35 del D.Lgs 81/2008?
Alla riunione periodica di prevenzione e protezione dai rischi partecipano obbligatoriamente le figure professionali che fanno parte del Servizio di Prevenzione e Protezione, ivi compreso il Datore di Lavoro.

Il datore di lavoro o un suo rappresentante (DL). La norma attribuisce al datore di lavoro il compito di convocare e gestire la riunione periodica di sicurezza, direttamente o attraverso il servizio di prevenzione e protezione. A tal fine egli è chiamato a definirne i contenuti nel rispetto delle direttive di fondo emanate dal legislatore, a presentarne le tematiche da esaminare, a verbalizzarne i risultati e a tenere il verbale a disposizione dei partecipanti per eventuali consultazioni.

Relativamente al rappresentante del datore di lavoro, vale la pena precisare che, poiché ha il potere di assumere decisioni per suo conto, non può coincidere con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione che è già, e con altre funzioni, tra i soggetti chiamati a partecipare alla riunione. Piuttosto, considerati i temi all’ordine del giorno, il rappresentante del datore di lavoro deve essere individuato tra le altre persone qualificate che avendolo coadiuvato negli adempimenti previsti dalla normativa sono in grado di sostituirlo.

Il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi (RSPP). Tale soggetto partecipa alla riunione in ragione dei compiti attribuiti al servizio di cui è coordinatore.

Il medico competente ove previsto (MC). La presenza di questa figura professionale durante la riunione periodica di sicurezza è obbligatoria solo nei casi in cui è prevista la sorveglianza sanitaria in azienda. In particolare, nel corso della riunione il medico competente è tenuto a comunicare al rappresentante per la sicurezza i risultati anonimi collettivi degli accertamenti clinici e strumentali effettuati, fornendo indicazioni sul significato degli stessi.

Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Tale soggetto partecipa alla riunione in ragione del ruolo che riveste e in coerenza con le tematiche oggetto d’esame in tale ambito. La riunione periodica di sicurezza inoltre risulta la sede idonea per dare attuazione ai diritti di consultazione, informazione e formulazione di proposte di cui il rappresentante per la sicurezza è titolare.

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Come deve essere organizzata la squadra di emergenza pronto soccorso?
Il datore di lavoro, o un suo delegato, deve eseguire la designazione degli addetti a fronte della quale il lavoratore non può opporre rifiuto, salva giustificata motivazione, in coerenza con il principio di partecipazione attiva alla prevenzione da parte di tutti i diversi “attori” del processo produttivo.

I lavoratori addetti al pronto soccorso nei luoghi di lavoro sono coloro i quali, disponendo di adeguate attrezzature nonché avendo ricevuto una specifica formazione durante l’orario di lavoro, devono gestire il primo soccorso.

La formazione degli addetti al pronto soccorso a regime deve comprendere istruzione teorica e pratica per l’attuazione delle misure di primo intervento interno e per l’attivazione degli interventi di pronto soccorso,

essere svolta da personale medico in collaborazione con il sistema di emergenza del Servizio Sanitario Nazionale, e che nello svolgimento della parte pratica il medico possa avvalersi della collaborazione di personale infermieristico o di altro personale specializzato, essere ripetuta con cadenza triennale almeno per quanto attiene alla capacità di intervento pratico.

Quanto alle definizioni dei corsi il regolamento prevede due tipologie: un corso, della durata complessiva di 16 ore, per le aziende di Gruppo A, ed un corso, della durata complessiva di 12 ore, per le aziende dei Gruppi B e C. Entrambe le fattispecie previste riportano indicazioni minime circa gli obiettivi didattici, i contenuti e la durata degli stessi corsi, così come riportato nei seguenti due prospetti.

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Come ridurre gli infortuni sul lavoro?
La risposta a questa domanda è da ricercare all’interno di un percorso di crescita professionale passato al fianco delle aziende. Certamente, fatto salvo gli obblighi di legge sul rendere sicuro e salubre un ambiante di lavoro, la formazione e la sensibilizzazione ai lavoratori è il passo più delicato ma anche quello più efficace per rendere partecipi questi ultimi al raggiungimento degli obiettivi.

Il momento di incontro e confronto che si instaura durante una sessione di formazione, se progettato coerentemente alle esigenze aziendali, è il momento di massima recettività da parte degli operatori che operano sul campo per tutto il tempo.

E’ stato realizzato uno studio sui programmi di prevenzione degli infortuni di 22 stati dell’unione europea analizzando gli interventi attuati sia a livello nazionale che a livello settoriale e aziendale.

In sintesi lo studio a portato a delineare le seguenti considerazioni:

Le campagne di sensibilizzazione e formazione hanno notevole importanza sulla riduzione dei infortuni sul lavoro, gli interventi a livello nazionale o regionale, compreso il contatto diretto con le imprese tendono ad essere particolarmente efficaci. (ad esempio un maggiore frequenza delle verifiche ispettive mirate al miglioramento), i programmi intrapresi dalle organizzazioni di settore hanno in genere un impatto altamente positivo così come le iniziative dirette messe in atto dalle imprese.

Dai casi studiati sono state rilevate diverse caratteristiche che hanno contribuito al successo dei programmi e che possono essere determinati per la buona pratica tesa a ridurre il numero degli infortuni.

In primo dallo studio dei casi è emersa la necessità di valutare efficacemente i rischi sia al livello settoriale che nei singoli posti di lavoro. E’ emersa l’importanza dell’utilizzo di un solido sistema di controllo basato su dati statistici per monitorare l’incidenza e la gravità degli infortuni dopo l’adozione di un programma; il sistema di controllo permette analisi più esaustive e l’individuazione delle lacune da affrontare in futuro;

In alcune iniziative la prevenzione dei rischi all’origine è stata notevolmente incrementa utilizzando misure tecniche di prevenzione sulle macchine, sul montaggio di impalcature etc..;

Il dialogo sociale tra datore di lavoro, dipendenti o loro rappresentanti, e tra i sindacati e le associazioni di categoria è un fattore decisivo per garantire il successo dell’impresa nella prevenzione degli infortuni sul lavoro. Vi è la necessità di personalizzare le misure per la prevenzione per settori o aziende in considerazione delle condizioni peculiari dell’azienda stessa comprese le sue risorse. In definitiva un’iniziativa non deve essere ne troppo costosa nè troppo complicata per essere applicata concretamente.

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Come viene gestito il contratto di appalto e quali sono le figure, nonché gli obblighi che regolano la gestione della Valutazione dei Rischi Interferenziali (D.U.V.R.I.)?
L’art. 26 del D.Lgs 81/2008, nel caso di affidamento dei lavori all’interno dell’azienda ovvero dell’unità produttiva, ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi esterni all’organizzazione, introduce di fatto obblighi precisi sia a carico dei datori di lavoro committenti che dei datori di lavoro delle ditte incaricate della esecuzione dei lavori aggiudicati.

Questi obblighi presenti come attività da svolgere obbligatoriamente da parte del datore di lavoro committente sono:

La valutazione dei requisiti tecnico-professionali dell’appaltatore e/o del subappaltatore;
Le informazioni da fornire alla ditta appaltatrice da parte del datore di lavoro committente;
La cooperazione promossa dal committente fra datori di lavoro, appaltatori e committenti;
Il coordinamento della prevenzione e promozione della cooperazione a carico del datore di lavoro committente.

In questo contesto il concetto di “requisito tecnico-professionale” e “coordinamento della prevenzione”, oltre a costituire elemento di novità, assumono particolare rilievo in quanto la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali legati all’affidamento di lavori all’interno dell’azienda, in termini quantitativi e di gravità, non può più prescindere da una valutazione preventiva, da parte del datore di lavoro committente, di capacità, risorse e modelli organizzativi posseduti e messi a disposizione dagli appaltatori.

Di seguito si forniscono alcune definizioni relative ai soggetti che intervengono e sono presenti nell’argomento trattato ed ai tipi di contratto che possono essere stipulati:

committente: colui che richiede un lavoro o una prestazione;
appaltatore: è il soggetto che si obbliga nei confronti del committente a fornire un’opera e/o una prestazione con mezzi propri;
subappaltatore: è il soggetto che si obbliga nei confronti dell’appaltatore a fornire un’opera e/o una prestazione con mezzi propri;
lavoratore autonomo o prestatore d’opera: è colui che mette a disposizione del committente, dietro un compenso, il risultato del proprio lavoro. Se la singola persona compone la ditta individuale e ne è anche titolare è l’unico prestatore d’opera della ditta;
lavoratore subordinato: colui che fuori del proprio domicilio presta il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione altrui, con o senza retribuzione, anche al solo scopo di apprendere un mestiere, un’arte o una professione;
lavoratore dipendente: è la persona che per contratto si obbliga mediante retribuzione a prestare la propria attività alle dipendenze e sotto la direzione altrui;
contratto d’appalto: l’appalto è il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in denaro (art. 1655 cod. civ.).

Pertanto, fra committente e appaltatore viene stipulato un contratto articolato principalmente su:

l’oggetto dell’opera da compiere;
le modalità di esecuzione;
i mezzi d’opera;
le responsabilità;
l’organizzazione del sistema produttivo;
le prerogative e gli obblighi.

Le analisi derivanti il coordinamento dell’appalto e la conseguente valutazione dei rischi individuali vengono formalizzate in un documento che prende il nome di Documento di Valutazione dei Rischi da Interferenza. All’interno del documento di cui sopra verranno specificati i rischi interferenziali e le misure adottate per il governo di tali rischi, nonché i costi (oneri della sicurezza) che verranno specificati e che non potranno essere soggetti a riduzione in sede di trattativa commerciale, pena la nullità del contratto.

Si specifica che il D.U.V.R.I. ha dei casi di esclusione ma si evidenzia che le valutazioni riferite ai requisiti tecnico professionali devono essere sempre eseguite e promosse dal committente.

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Cosa sono le schede di sicurezza (SdS)?
In base ad alcune Direttive europee, il produttore o il fornitore di sostanze e di prodotti chimici pericolosi (agenti chimici pericolosi) deve fornire all’utilizzatore le schede di sicurezza. Le stesse sono necessarie all’utilizzatore per prevedere e mettere in atto le necessarie misure di prevenzione e protezione derivanti dalla valutazione dei rischi specifica. Riportano tutte le informazioni per l’utilizzo di agenti chimici pericolosi, come ad esempio informazioni in merito all’utilizzo in sicurezza in relazione all’ecologia, ai problemi fisiologici e tossicologici. Le schede di sicurezza devono essere redatte nella lingua madre del paese dove è utilizzato l’agente chimico, devono essere aggiornate da parte del produttore in caso di cambiamenti della composizione o in caso di novità scientifiche che possono influire sulla classificazione degli agenti.

Gli utilizzatori degli agenti chimici devono essere informati in merito al contenuto delle schede di sicurezza in modo da renderli coscienti dei rischi legati all’utilizzo degli agenti chimici stessi ed essere a conoscenza delle procedure di lavoro in sicurezza.

La scheda di sicurezza riporta i seguenti 16 punti obbligatori:

1. Identificazione del prodotto e della società
2. Composizione/ informazione sugli ingredienti
3. Indicazione dei pericoli
4. Misure di pronto soccorso
5. Misure antincendio
6. Misure in caso di fuoruscita accidentale
7. Manipolazione e stoccaggio
8. Controllo dell’esposizione e determinazione della protezione individuale
9. Proprietà fisiche e chimiche
10. Stabilità e reattività
11. Informazioni tossicologiche
12. Informazioni ecologiche
13. Considerazioni sullo smaltimento
14. Informazioni sul trasporto
15. Informazioni sulla regolamentazione
16. Altre informazioni

Le schede di sicurezza devono essere fornite insieme agli agenti chimici o preventivamente alla fornitura stessa. Anche per agenti chimici non classificati pericolosi, se contenenti almeno una sostanza pericolosa per la salute o per l’ambiente in concentrazione uguale o superiore all1%, oppure per la quale è previsto un limite di esposizione comunitario negli ambienti di lavoro deve essere fornita la scheda di sicurezza su richiesta dell’utilizzatore.

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E’ necessario aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi nel caso in cui l’unità produttiva si trasferisca in altro sito?
Nel caso in cui il datore di lavoro, successivamente all’assolvimento degli obblighi di valutazione dei rischi e di compilazione del documento trasferisca la propria attività in altra sede, è tenuto ad aggiornare la valutazione dei rischi ed il documento pertinente al fine di tener conto dei cambiamenti avvenuti, in particolare per quanto riguarda l’ambiente di lavoro e l’infrastruttura del nuovo insediamento.

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Cos’è la Valutazione del Rischio Incendio e quali sono gli obbiettivi previsti (D.M. 10 Marzo 1998)?
La valutazione del rischi di incendio e le conseguenti misure di prevenzione e protezione, costituiscono parte specifica del documento di cui all’art. 46 del decreto legislativo n. 81/2008 – documento di valutazione dei rischi.

Nel documento di valutazione dei rischi il datore di lavoro deve valutare il livello di rischio di incendio del luogo di lavoro e, se del caso, di singole parti del luogo medesimo, classificando tale livello in una delle seguenti categorie, in conformità ai criteri di cui all’allegato 1 del D.M. 10 marzo 1998:

a) livello di rischio elevato;
b) livello di rischio medio;
c) livello di rischio basso.

La valutazione dei rischi di incendio deve consentire al datore di lavoro di prendere i provvedimenti che sono effettivamente necessari per salvaguardare la sicurezza dei lavoratori e delle altre persone presenti nel luogo di lavoro.

Questi provvedimenti devono comprendere:

- la prevenzione dei rischi;
- l’informazione dei lavoratori e delle altre persone presenti;
- la formazione dei lavoratori;
- le misure tecnico – organizzative destinate a porre in atto i provvedimenti necessari.

La prevenzione dei rischi costituisce uno degli obiettivi primari della valutazione dei rischi. Nei casi in cui non è possibile eliminare i rischi, essi devono essere diminuiti nella misura del possibile e devono essere tenuti sotto controllo i rischi residui, tenendo conto delle misure generali di tutela presenti nel su citato decreto.

La valutazione dei rischio di incendio tiene conto:

a) del tipo di attività;
b) dei materiali immagazzinati e manipolati;
c) delle attrezzature presenti nel luogo di lavoro compresi gli arredi;
d) delle caratteristiche costruttive dei luogo di lavoro compresi i materiali di rivestimento;
e) delle dimensioni e dell’articolazione del luogo di lavoro;
f) del numero di persone presenti, siano esse lavoratori dipendenti che altre persone, e della loro prontezza ad allontanarsi in caso di emergenza.

La valutazione dei rischi di incendio si articola nelle seguenti fasi:

a) individuazione di ogni pericolo di incendio (sostanze facilmente combustibili e infiammabili, sorgenti di innesco, situazioni che possono determinare la facile propagazione dell’incendio);
b) individuazione dei lavoratori e di altre persone presenti nel luogo di lavoro esposte a rischi di incendio;
c) eliminazione o riduzione dei pericoli di incendio;
d) valutazione del rischio residuo di incendio;
e) verifica della adeguatezza delle misure di sicurezza esistenti ovvero individuazione di eventuali ulteriori provvedimenti e misure necessarie ad eliminare o ridurre i rischi residui di incendio.

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Che cosa avviene quando il medico competente dichiara un soggetto non idoneo alla mansione?
Il medico competente, nel nuovo impianto legislativo, diviene un soggetto giuridicamente obbligato all’effettuazione degli accertamenti sanitari. Il mancato assolvimento dell’obbligo è sanzionato penalmente con l’arresto o con l’ammenda.

Il decreto prevede l’esecuzione, nei casi di esposizione a rischi professionali indicati dalla normativa vigente, sia degli accertamenti sanitari preventivi (per constatare l’assenza di controindicazioni al lavoro cui i lavoratori sono destinati), sia di quelli periodici (per controllare nel tempo lo stato di salute dei lavoratori), e ne indica la finalità: la valutazione dell’idoneità alla mansione specifica.

Quando il medico competente lo ritenga necessario ai fini dell’espressione del giudizio di idoneità, può richiedere l’esecuzione di esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio oltre che avvalersi della collaborazione di medici specialisti (scelti dal datore di lavoro che ne sopporta gli oneri).

Il medico competente qualora esprima un giudizio di inidoneità alla mansione specifica, parziale o totale, temporanea o permanente, ne deve informare per iscritto il datore di lavoro e il lavoratore. In questi casi è opportuno che il medico competente informi il lavoratore della possibilità di fare ricorso, entro trenta giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all’organo di vigilanza territorialmente competente che dispone, dopo eventuali ulteriori accertamenti, la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso.

Nei casi di inidoneità totale (temporanea o permanente) il datore di lavoro provvede all’allontanamento del lavoratore dall’esposizione a rischio (in modo temporaneo o permanente), e, nell’affidargli un eventuale successivo compito, tiene conto della coerenza della mansione con lo stato di salute.

Nei casi di inidoneità parziale (temporanea o permanente) il datore di lavoro provvede affinché siano evitati compiti od esposizioni espressamente indicati nel “giudizio di idoneità” specifica alla mansione.

Il giudizio di idoneità alla mansione specifica costituisce uno dei momenti più delicati del lavoro del medico competente.

Di seguito vengono sviluppati alcuni concetti che possono essere un’utile guida per una successiva più dettagliata analisi.

1.Idoneità fisica alla mansione

L’idoneità fisica alla mansione, secondo ripetute interpretazioni della Cassazione, non può essere parametrata all’attesa contrattuale del datore di lavoro di avere a disposizione manodopera confacente al suo bisogno, che equivale in genere, al massimo profitto, ma l’idoneità va riferita al possesso da parte del lavoratore delle capacità comunemente indispensabili per le attività oggetto del contratto, che, ad esempio, se materiali non necessitano di una totale integrità fisica, in quanto nella pratica d’azienda sono inibite attività che comportano eccessivi carichi.

L’idoneità che si può legittimamente pretendere è sicuramente quella confacente le esigenze imprenditoriali, ma sempre nei limiti in cui queste possono ritenersi in armonia con i beni tutelati dall’art. 41 della Costituzione, esigenze alle quali è subordinata la libera impresa.

2.Recesso del contratto

Il contratto di lavoro è un negozio a prestazioni corrispettive, caratterizzato da piena reciprocità tra attività lavorativa e retribuzione; ciascuna parte deve la sua prestazione solo se l’altra rende la propria: lo stipendio in cambio della prestazione d’opera.

La dottrina concorda nel ritenere che la non idoneità permanente, consente il recesso del contratto. Il contratto può subire la stessa sorte nel caso di un’impossibilità parziale, qualora sia fornita la prova, da parte del datore di lavoro, dell’impossibilità aziendale di collocare il lavoratore in attività confacente.

Il datore di lavoro, coadiuvato dal medico competente, è tenuto ad attivarsi per rintracciare nell’ambito dell’azienda un’adeguata collocazione del dipendente. Il datore di lavoro, in altre parole, non può ignorare il giudizio del medico competente, il quale a sua volta deve attuare lo sforzo di uscire dalla consuetudine di formulare giudizi di idoneità dubbi o quello che è peggio ambigui, per dare, invece, indicazioni chiare e precise.

La collaborazione tra il datore di lavoro ed il medico competente, rimanendo in tema di contratto, può soddisfare quella che si definisce una cooperazione creditoria del lavoratore.

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Che cos’è il protocollo di sorveglianza sanitaria redatto dal medico competente?
Il medico competente deve predisporre un protocollo di sorveglianza sanitaria in rapporto ai fattori di rischio definiti nel Documento di Valutazione dei Rischi.

Nella relazione sanitaria annuale, deve essere presente il protocollo di sorveglianza sanitaria scritto disaggregato per mansione o rischi specifici con indicazione delle periodicità dei ricontrolli sanitari e numero di lavoratori a cui e’ rivolto.

Il Medico Competente collabora attivamente con il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

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